Emma ha 16 anni. Da tre mesi esce di casa soltanto per andare a scuola. Passa gran parte del pomeriggio su TikTok e, se con lei ci sono altre persone, non mangia più perché, “non è fotogenica”. Ha avuto il suo primo attacco di panic durante una gita scolastica, quando la batteria del suo telefono si è scaricata.
«È soltanto un momento, è la fase adolescenziale», dicono i suoi genitori.
Ma non lo è.
Marco ha quattordici anni e da poco ha tentato il suicidio. Un video che lo ritraeva in una situazione imbarazzante ha fatto il giro degli amici, poi della scuola, per poi finire su Instagram, e infine sugli altri social. In quarantotto ore, centinaia di coetanei, e non solo, lo avevano visto e avevano parlato e sparlato di lui, lo avevano giudicato, condannato. Marco non riusciva a sopportare l’idea che quel suo momento di vulnerabilità sarebbe rimasto per sempre scritto sulla memoria digitale di internet, una “colpa”, la sua, senza possibilità di redenzione.
I genitori non si erano accorti di niente, e hanno saputo tutto soltanto quando l’ospedale li ha chiamati.
Questi sono esempi, ma non sono casi isolati.
Ogni giorno, adolescenti simili vivono drammi simili, spesso nella solitudine e nel silenzio della propria cameretta. E questa è soltanto la punta dell’iceberg di un’emergenza psicosociale che si sta amplificando attraverso la sua stessa frequenza di risonanza.
