I nostri figli sono nativi digitali. Sono la prima generazione nata con uno smartphone nella culla (è una metafora, non ci scaldiamo), connesso a internet h24, 7 giorni su sette. E sono anche cavie inconsapevoli (tanto quanto lo siamo noi genitori) di uno dei più grandi esperimenti sociali mai condotti sulla specie umana. Quanto questo esperimento sia voluto o capitato non sta a noi dirlo, fatto sta che, comunque sia, i suoi esiti sono sotto gli occhi di tutti: ragazzetti che sviluppano tic nervosi improvvisi senza correlati neurologici, quindicenni che smettono di mangiare per assomigliare a un filtro di Instagram, adolescenti che minacciano di suicidarsi se viene loro tolto il wi-fi, e così via.
Forse è bene precisare che per nativi digitali non si intende una generazione di ragazzi particolarmente abili con la tecnologia, bensì ragazzi il cui cervello in via di sviluppo è stato esposto, fin dalla primissima infanzia, a stimoli in grado di (e, si potrebbe dire, progettati per) creare dipendenza. Quelli che oggi sono gli adolescenti digitali hanno imparato a padroneggiare benissimo una forma di socialità online, a discapito dello sviluppo di competenze relazionali della vita reale. Sì, perché la stessa caratteristica evolutiva del cervello dei giovani, di per sé programmato per cercare novità, ricompense sociali e stimoli intensi, che in passato ha permesso loro di esplorare il mondo, formare legami sociali e sviluppare indipendenza, oggi è sfruttata da piattaforme che utilizzano le più sofisticate conoscenze delle neuroscienze, per rapire e tenere vita la loro attenzione.
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